Plastica non è sinonimo di inquinamento.

Ne parliamo con Renato Zelcher, CEO di Crocco spa e presidente dello European Plastics Converters

A cura di Gabriele De Luca

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Il periodo di lockdown che ha accompagnato l’emergenza sanitaria legata alla diffusione del virus COVID-19 ha prodotto in poche settimane
cambiamenti profondi nelle abitudini di consumo e di conseguenza nel mercato mondiale. Tra aspetti contraddittori e fenomeni ambigui, su una cosa tutti gli analisti sono concordi: il lockdown ha prodotto una crescita vertiginosa del delivery, a cui si è accompagnata un’analoga crescita nel settore del packaging legato all’industria alimentare.

Renato Zelcher CEO di Crocco spa

zelcherQuesta crescita ha imposto nuove sfide alle aziende di questo settore. Ne abbiamo parlato con Renato Zelcher, CEO di Crocco Spa, una delle aziende leader a livello mondiale nel settore dell’imballaggio flessibile, nonchè presidente dello European Plastic Converters (EuPC), federazione europea delle aziende trasformatrici.

La prima sfida imposta dal lockdown a un’azienda come Crocco Spa, ci spiega Zelcher, è stata di carattere tecnico: il 45% dell’attività dell’azienda si rivolge all’estero e le prime difficoltà sono state legate ai trasporti, resi difficili dalla chiusura delle frontiere. In seconda battuta ci sono state le esigenze legate alla necessità di garantire la sicurezza dei lavoratori. Ancor prima delle misure imposte dal Governo, Crocco Spa ha dotato i propri lavoratori di mascherine e i propri impianti di termoscanner, riducendo al minimo il lavoro in presenza a favore dello smartworking.

Al di là delle esigenze tecnico-pratiche, tuttavia, il lockdown ha rapidamente modificato le richieste del mercato per quanto riguarda il packaging: se rispetto al settore dell’automazione e delle costruzioni c’è stato un crollo verticale, dopo un lungo periodo di demonizzazione della plastica e degli imballaggi e di insistenza sulla necessità di privilegiare i prodotti sfusi, Zelcher ci spiega che si è verificata un’inversione di tendenza: le nuove esigenze igienico-sanitarie hanno imposto un ritorno ai cibi confezionati. Questa tendenza è senza dubbio destinata a continuare. D’altronde, continua l’imprenditore vicentino, demonizzare tout court un prodotto è sempre un atteggiamento riduttivo e semplificante, se non del tutto fuorviante.

Zelcher lo spiega con un esempio: le mascherine chirurgiche che tutti abbiamo imparato a utilizzare sono di plastica monouso.

Già adesso si cominciano a notare forti tracce di inquinamento legato a questi prodotti, ma la soluzione non sta certo nella proibizione del loro utilizzo, quanto piuttosto nell’adozione di un’ottica complessa che tenga conto anche, ad esempio, dell’educazione del consumatore, del processo di smaltimento. Anche l’industria della plastica, naturalmente, deve fare la sua parte, e lo sta facendo, continua Zelcher, investendo in ricerca, tecnologia, in prodotti sostenibili, biodegradabili, compostabili. Non esistono però soluzioni semplici e onnicomprensive.

Pensare che si possa risolvere il problema proibendo la plastica o tassandone l’utilizzo non ha senso. Serve piuttosto un approccio a trecentosessanta gradi, come quello adottato ad esempio dalla Circular Plastic Alliance, a cui partecipano tutti gli stakeholder del settore a livello europeo, dalle aziende trasformatrici di plastiche ai consumatori.

crocco-spaÉ un luogo in cui definire obiettivi, elaborare progetti. Questo manca in Italia: una seria informazione sul settore dal punto di vista tecnico-scientifico, e sopratutto una reale interlocuzione con le aziende da parte dei governi.
Packaging ed ecologia, plastica ed ecologia, dunque, non devono necessariamente essere nemici. Occorre senza dubbio evitare imballi sovradimensionati, ma occorre anche lavorare sull’educazione delle persone, migliorare gli impianti che consentono di raccogliere e selezionare gli scarti delle materie plastiche, in modo che a sua volta il processo di riutilizzo diventi più semplice ed economico.

Molte aziende si fregiano dell’aggettivo green, ma spesso manca una riflessione scientifica su cosa questa etichetta significhi.
Il progetto Greenside si ripropone di analizzare il ciclo di vita dei prodotti dell’azienda, valutandone le emissioni di CO2 e l’impatto ecologico, operando scelte strategiche su basi scientifiche e non sulla base dei trend del momento.

Per far ciò è stato creato un team guidato da un ingegnere chimico che svolge il ruolo di sustainability manager. Un’attenzione all’ecologia di questo tipo ha senza dubbio un costo, ma l’equazione ecologia-maggiori costi non è necessariamente corretta. Anche stavolta, spiega Zelcher, non si può generalizzare.
Nell’ambito dell’utilizzo di materie plastiche non necessariamente si va a impattare in costi più elevati mantenendo alti standard dal punto di vista dell’impegno nella tutela dell’ambiente. Una cosa invece è certa: una generalizzata tassa sulla plastica innalzerebbe i costi, che ricadrebbero senza dubbio sui consumatori finali.

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